Perché in Sardegna si usa l’espressione “Cessu”?
Perché in Sardegna si usa l’espressione “Cessu”?
Cessu, che sorpresa: viaggio semiserio tra i misteri sacri e profani della linguistica isolana.
Avete mai riflettuto seriamente sull’origine dell’espressione sarda “Cessu” o vi siete limitati a subirne il fascino travolgente mentre una risata sarda vi schiaffeggiava il volto in una calda giornata di scirocco?
Quante volte vi sarà capitato di sentire o utilizzare questa parola, nelle sue molteplici varianti, come espressione tipica della lingua sarda, in particolare nella variante campidanese, senza però fermarvi a considerare che, dietro a questo termine che si insinua nel nostro quotidiano in modo spontaneo, quasi come il prezzemolo che finisce ovunque, si cela un mondo ricchissimo di storia, tradizione e significato che meriterebbe un’enciclopedia dedicata.
La maggior parte di noi sa già quando e perché si utilizza “Cessu”, sa in quali contesti viene pronunciata con enfasi, ma forse non tutti conoscono le sue vere origini, il suo percorso nel tempo e le sue radici profonde nella cultura sarda. Un viaggio che ci porterà a scoprire da dove deriva realmente questa espressione così radicata nel parlato quotidiano dell’isola, svelando le sue origini e il suo legame con il patrimonio linguistico, storico e sociale della Sardegna. Prepariamoci quindi a esplorare le radici di un’espressione che, pur sembrando semplice, racchiude un mondo di significati e di storia di cui spesso non siamo pienamente consapevoli.
Amici sardi e non, siete pronti per una piccola lezione di linguistica isolana che vi farà esclamare “cessu” almeno dieci volte? Bene, allacciate le cinture perché si parte per un viaggio nel mondo delle espressioni sarde più colorite del vocabolario. Oggi parliamo di “cessu”, quella parolina magica che esce dalla bocca dei sardi più veloce di un cinghiale che scappa dal cacciatore. Allora, vi siete mai chiesti da dove spunta fuori questo “cessu” che i sardi sparano a raffica come se fosse il condimento segreto della loro pasta alla bottarga? Beh, preparatevi a rimanere a bocca aperta come un turista davanti a un piatto di maialetto arrosto o come un continentale che assaggia per la prima volta il mirto fatto in casa dallo zio, perché “Cessu” non è altro che il cugino sardo di Gesù. Sì, avete capito bene, è come se i sardi avessero deciso di dare un tocco isolano al nome del figlio di Dio.
Ma attenzione, non pensate che i sardi siano particolarmente blasfemi. Usano “cessu” come noi usiamo “cavolo” o “accidenti”, esattamente come gli inglesi e gli americani, ma anche molti ragazzi italiani, usano l’espressione “My god”. È un’esclamazione buona per tutte le stagioni, dalla sorpresa allo stupore, dal fastidio alla meraviglia. È come il passe-partout delle emozioni sarde e, se fosse un attrezzo, sarebbe indiscutibilmente il coltellino svizzero del linguaggio isolano. E non finisce qui, perché “cessu” è un vero e proprio camaleonte linguistico che trovate in tutte le salse, da “cesu” a “gessu” fino a “tzessu”.
C’è persino chi lo raddoppia in un “cessu cessu” per dare enfasi, mentre per i più pigri, o per quelli che hanno fretta perché devono correre a prendere l’ultimo bus per Mulinu Becciu, c’è la versione abbreviata “cess” o “ceee”, perfetta per quando sei troppo stupito anche solo per finire la parola intera. Immaginate la scena di voi che passeggiate per le strade di Cagliari, magari in via Roma o al Poetto, e sentite un “Cessu, il Cagliari ha vinto!”. Non è un fedele che ha visto un miracolo, è solo un tifoso sorpreso che la sua squadra abbia finalmente fatto gol. O magari siete a una sagra di paese e sentite un “Cessu, che buono questi culurgiones!”. Non è una preghiera di ringraziamento, è solo un apprezzamento culinario con un tocco di sacro. E pensate un po’ alle infinite possibilità d’uso:
1 “Cessu, che caldo oggi!” durante una tipica giornata di scirocco.
2 “Cessu cessu, hai visto che macchina si è comprato il vicino?” per commentare l’ultimo acquisto del dirimpettaio.
*3″Ceee, ma sei proprio tu?” quando incontri un amico che non vedevi dai tempi della scuola, magari proprio mentre stai facendo la fila alla sagra del pesce.
Quindi, la prossima volta che sentite un sardo esclamare “cessu”, non pensate che stia invocando l’intervento divino per far piovere sui campi o per far vincere il Cagliari; sta solo mettendo un po’ di pepe sardo nella conversazione! Allora, cessu, che ne dite? Non è fantastico come i sardi abbiano trasformato il nome di Gesù in una specie di gioiellino linguistico multifunzione? Cessu, che invenzione! E pensate un po’: mentre in altre parti d’Italia si limitano a un banale “oh Madonna” o “Gesù mio”, i sardi hanno creato un’esclamazione che è un mix di sacro e profano, di stupore e rassegnazione, di meraviglia e fastidio. È come se avessero distillato l’essenza stessa dell’essere sardi in una sola parola. Quindi, la prossima volta che vi troverete in Sardegna e sentirete un bel “cessu” risuonare nell’aria, sorridete perché avete appena assistito a un piccolo miracolo linguistico, un pezzo di cultura isolana in azione. E, se vi sentite particolarmente coraggiosi, provate a usarlo voi stessi. Ma ricordate che con grande potere viene grande responsabilità: usate il vostro “cessu” con saggezza, e che la forza dell’espressività sarda sia con voi!
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