Viaggio nei sapori e nei segreti della lingua sarda: alla scoperta dell’affascinante significato di “sghintzu” e di quella fame leggera che sa di antica tradizione
Vivi Quartu

Viaggio nei sapori e nei segreti della lingua sarda: alla scoperta dell’affascinante significato di “sghintzu” e di quella fame leggera che sa di antica tradizione

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Admin Quartu.NET
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23 July 2026
11:59
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Viaggio nei sapori e nei segreti della lingua sarda: alla scoperta dell’affascinante significato di “sghintzu” e di quella fame leggera che sa di antica tradizione.

 

Le pieghe più nascoste e affascinanti della lingua sarda continuano a riservare sorprese straordinarie, capaci di stuzzicare la curiosità di chi non la mastica né letteralmente né metaforicamente, portando alla luce espressioni curiose come quella che vede protagonisti i modi di dire locali quando ci si chiede perché in Sardegna si utilizza la parola “sghintzu” e quante volte vi sarà capitato di sentire questa espressione, domandandovi cosa vuol dire e che cosa è su sghintzu, specie se vi siete avventurati nel colorito campidanese dove formule come “Tengiu (tengu) sghintzu” risuonano con una familiarità che a primo impatto, a chi ascolta da forestiero, sembra quasi uno scioglilingua o il nome di un personaggio buffo, ma che in realtà descrive in modo mirabile una sensazione fisica che tutti noi conosciamo molto bene nella vita di tutti i giorni.

Per comprendere cosa vuol dire davvero “sghintzu” in sardo bisogna addentrarsi in un universo semantico delicato, poiché avere “sghintzu” non vuol dire altro che avere fame, pur specificando che non si tratta di una fame qualsiasi o di quella voracità animalesca che ti fa divorare tutto ciò che trovi davanti, giacché su sghintzu è molto più elegante, quasi poetico, configurandosi esattamente come quel languorino che ti prende allo stomaco, quella vocina che sussurra “Ehi, magari sarebbe ora di mettere qualcosa sotto i denti”, rappresentando a tutti gli effetti una pre-fame, un leggero senso di vuoto che inizia a insinuarsi dopo qualche ora senza cibo, rivelandosi delicato proprio come la parola che lo descrive e che sa dipingere con leggerezza l’attesa del pasto. Se ci pensiamo attentamente, in Sardegna mangiare non è mai stato soltanto una semplice questione di nutrirsi, poiché per storiche categorie di lavoratori come pastori, minatori, contadini e operai il momento del pasto costituiva il grande evento della giornata, uno spazio sacro di tregua e ristoro collocato tra la fatica e il sudore, ed è proprio lì, tra una zappa e una pala, tra un gregge e una miniera, che su sghintzu faceva regolarmente la sua comparsa, non come una fame che ti fa crollare per sfinimento, bensì come quel piccolo segnale amichevole che ti ricordava che era giunto il momento di sedersi e concedersi una pausa meritata, magari accompagnata da un pezzo di pane, un po’ di formaggio e un buon bicchiere di vino, a testimonianza del fatto che nella cultura isolana anche il semplice languorino merita rispetto e attenzione.

Di conseguenza, la prossima volta che vi capiterà di sentire qualcuno pronunciare la frase “Tengiu sghintzu”, vi invitiamo a non immaginatevi una scena drammatica da film d’azione dove ci si strappa il cibo di mano per la disperazione, bensì a pensare piuttosto a un elegante avvertimento dello stomaco, a una sorta di educato campanello d’allarme che suggerisce come “Magari sarebbe ora di uno spuntino”, poiché su sghintzu, in definitiva, non è altro che il preludio alla festa, il dolce annuncio che il meglio deve ancora arrivare sulla tavola, spingendoci a pensare che, chissà, forse anche voi inizierete a usarlo nelle vostre conversazioni quotidiane, perché in fondo chi non ama una parola capace di trasformare un banale languorino in un’occasione speciale per sorridere e riscoprire il valore antico della condivisione.

 

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