“La moda è un foglio bianco su cui ricamare la memoria”: intervista allo stilista Antonio Marras
Di Massimiliano Perlato Mura
Antonio Marras è uno dei più celebri e originali stilisti, designer e artisti italiani, noto a livello internazionale per la sua capacità di fondere la moda con l’arte, la letteratura, la poesia e il teatro.
Nato ad Alghero nel 1961, Marras ha sempre mantenuto un legame viscerale, quasi simbiotico, con la sua terra d’origine. La Sardegna non è per lui un semplice sfondo folkloristico, ma la linfa vitale di tutta la sua poetica: la storia dell’isola, le sue tradizioni, i costumi antichi, i temi dell’esilio, dell’identità e del viaggio sono costantemente rielaborati nelle sue creazioni. Non ha una formazione accademica tradizionale nella moda: è un autodidatta cresciuto tra le stoffe del negozio di tessuti del padre ad Alghero. Questo gli ha permesso di sviluppare uno stile totalmente libero da schemi industriali.
Presenta la sua prima collezione di alta moda a Roma nel 1996, per poi debuttare con il prêt-à-porter a Milano nel 1999. Il suo stile si impone subito per la tecnica del ligazzio (il legaccio), il recupero di vecchi abiti, i ricami elaborati, le sovrapposizioni e l’uso di tessuti d’archivio o “vissuti”. Il suo talento unico attira i grandi colossi del lusso: dal 2003 al 2011 Marras è stato il direttore artistico della storica maison francese Kenzo a Parigi, unendo la sensibilità sarda con lo spirito fusion e globale del brand giapponese.
Marras si definisce un “artista prestato alla moda”. Le sue sfilate sono veri e propri spettacoli teatrali, performance artistiche ricche di narrazione. Ha esposto le sue opere d’arte visiva, installazioni e disegni in prestigiosi musei, tra cui la Triennale di Milano e la Biennale di Venezia.
A differenza di molti colleghi, Marras ha scelto di mantenere il cuore operativo della sua casa di moda e la sua dimora-laboratorio ad Alghero, dimostrando che si può fare cultura e alta moda globale restando profondamente radicati nella propria terra. Oggi il marchio continua a essere un punto di riferimento per chi cerca una moda che sia anche racconto, artigianato colto e opera unica.
Entrare nello studio di Antonio Marras è come entrare in una soffitta della memoria collettiva. Tra scampoli di broccato, vecchie fotografie in bianco e nero, rami di corallo e libri d’arte sparsi ovunque, lo stilista algherese ci accoglie con il suo immancabile sguardo acuto e la gentilezza di chi sa che ogni ospite porta con sé una storia.
Non chiamatelo semplicemente stilista. Marras è un regista della materia, un poeta che usa ago e filo al posto della penna per raccontare la sua Sardegna, terra di partenze, di ritorni e di sguardi rivolti verso il mare.
Antonio, partiamo da una parola che ricorre spesso nel tuo lavoro: radici. Per molti la periferia geografica è un limite, per te è stata un trampolino. Cos’è per te Alghero, oggi?
Alghero per me non è un luogo geografico, è uno stato dell’anima. È la mia fortezza e il mio porto di mare. Spesso si pensa all’isola come a un isolamento, a una chiusura. Per me è l’esatto contrario. Chi vive su un’isola è costantemente costretto a guardare l’orizzonte, a chiedersi cosa ci sia al di là dell’acqua. Le mie radici sono sarde, ma i miei rami si intrecciano con il mondo. Senza la Sardegna sarei una pagina vuota, ma senza il viaggio non avrei nulla da scriverci sopra.
Le tue sfilate non sono mai semplici passerelle, sono veri e propri atti teatrali. C’è sempre una narrazione potente, spesso legata a figure femminili forti, a volte dimenticate. Da dove nasce questo bisogno di raccontare?
Nasce dal fatto che a me, fondamentalmente, i vestiti in quanto tali interessano fino a un certo punto. Un abito prende vita solo se ha una storia da raccontare, se porta addosso i segni di un vissuto. Mi affascinano le donne che hanno sfidato le convenzioni: penso a Eleonora d’Arborea, a Francesca Sanna Sulis, o semplicemente alle donne della mia infanzia, quelle che custodivano il sapere e il silenzio. Quando disegno, io vedo un film. I miei abiti sono i costumi di una vita che è stata o che avrebbe potuto essere.
A proposito di storie, la tua moda dialoga costantemente con il tema dell’emigrazione, del viaggio, della contaminazione. Perché questo legame così stretto con chi parte?
Perché la storia dell’umanità è una storia di migrazioni. Chi parte non lascia mai del tutto la propria terra: la porta in valigia, la nasconde nelle pieghe di uno scialle, nel modo di cucinare, nei canti. L’incontro tra culture diverse è l’unica cosa che genera vera bellezza. Quando mescolo un tessuto sardo tradizionale con un pizzo francese o un pattern giapponese, sto mettendo in scena un dialogo tra mondi. La contaminazione non cancella l’identità, la arricchisce. C’è una poesia immensa nella nostalgia di chi è lontano e nella determinazione di chi cerca un altrove.
Il tuo stile è immediatamente riconoscibile per l’uso del layering, delle sovrapposizioni, del “rovinato ad arte”, dei ricami che sembrano cicatrici. C’è un rifiuto della perfezione industriale?
La perfezione mi annoia profondamente. È fredda, non ha cuore. Trovo che ci sia molta più bellezza in un tessuto logorato dal tempo, in una cucitura visibile, in un rammendo fatto a mano. Il rammendo è un atto d’amore: significa che quell’oggetto è talmente prezioso che non vogliamo lasciarlo andare. Amo il contrasto: il grezzo con il sublime, il maschile con il femminile, il velluto pesante con lo chiffon più leggero. È nelle contraddizioni che si nasconde la verità di un’emozione.
Oggi il sistema moda corre a ritmi frenetici, consumando collezioni su collezioni. Come si concilia questa velocità con la tua filosofia del “fatto a mano” e dell’artigianato?
È una lotta quotidiana, ma io ho scelto di non correre quel gran premio. Preferisco il ritmo lento della bottega, il tempo necessario affinché un’idea maturi. Lavorare con gli artigiani, con le donne che ancora sanno tessere al telaio o ricamare a filet, richiede rispetto per il tempo. Se perdi quel legame umano, la moda diventa solo merce. Io voglio produrre sogni, non solo merci.
Se dovessi scegliere un solo tessuto, un solo colore e un solo oggetto che riassumano l’universo di Antonio Marras, quali sarebbero?
L’orbace o un vecchio broccato consumato, capace di stare in piedi da solo per la storia che contiene. Il nero. Ma non un nero piatto: il nero delle ombre, delle vedove, della terra bruciata dal sole, che però contiene in sé tutte le sfumature della luce. Un filo rosso. Perché è ciò che unisce il passato al futuro, ciò che cuce le ferite e che lega le persone, anche a chilometri di distanza.
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