Il santuario della casa sarda: quando il forno a legna univa un paese intero
Vivi Quartu

Il santuario della casa sarda: quando il forno a legna univa un paese intero

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Admin Quartu.NET
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31 August 2026
18:28
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C’era un tempo in cui l’architettura di una casa sarda non si misurava in metri quadri, ma attorno al calore di un unico, fondamentale centro di gravità: il forno a legna. Più di un semplice strumento domestico, il forno era un vero e proprio santuario. Nella Sardegna di un tempo e, in Trexenta — terra generosa e fertile, da sempre vocata a essere il “granaio di Roma” grazie al suo inconfondibile grano duro Senatore Cappelli —, come ricorda l’Agrichef Annalisa Atzeni, la pietra del forno custodiva la vita stessa della comunità.

Non tutte le famiglie ne possedevano uno. Proprio per questo, la sua accensione si trasformava in un evento collettivo, uno spazio condiviso dove si intrecciavano i destini di intere vicinanze. Si attendeva il proprio turno con pazienza, si accumulava la legna insieme, si prestava la mano. In un’epoca segnata da una povertà severa, a tenere in piedi i paesi erano regole mai scritte ma impresse a fuoco nel cuore: su bixinau (il vicinato) e s’aggiudu torrau, quel mutuo soccorso circolare in cui l’aiuto dato oggi si sarebbe trasformato nell’aiuto ricevuto domani.

Regina incontrastata di questo rituale era Sa Meri de Domu, la Massaia. Non era soltanto la padrona di casa, ma la custode sacra del fuoco e della materia prima. Il suo era un sapere alchemico, appreso non tra le pagine dei libri, ma sul campo: osservando le madri, lavorando di braccia, sbagliando, impastando di nuovo.

Foto di Annalisa Atzeni

La Massaia conosceva ogni segreto del grano. In borghi come Sisini, dove poche famiglie fortunate possedevano sa mola — la mola in pietra azionata dalla forza dell’asino — le donne procedevano a un lavoro di setacciatura finissimo per separare la semola integrale nel fiore, nella semola fine, in quella grossa e nella crusca. Ogni percentuale era calcolata a occhio e al tatto per ottenere la consistenza perfetta a seconda del pane da infornare. Era sempre lei a scegliere la legna ideale e gli arbusti per nettare con cura su fundu de su forru prima dell’infornata.

Prima di consegnare le forme alla brace, le donne compivano un gesto antico: imprimevano sul pane le pintadere. Croci, cerchi, linee, intagli raffinati o semplici iniziali del capofamiglia. Non era solo estetica, ma un segno identitario per riconoscere le forme di ogni casa nel forno comunitario, ben benedette prima della cottura.

Dalle mani di queste donne nascevano capolavori quotidiani e festivi: il morbido civraxiu, il profumato modditzosu, fino alla maestria del coccoi e del coccoi pintau, vere e proprie sculture di pasta lavorata a forbice e coltello per onorare i sacramenti e l’offertorio nelle grandi ricorrenze.

Questo viaggio nella memoria risuona oggi nelle parole di Annalisa Atzeni, che conserva con orgoglio nella sua casa il forno a legna appartenuto un tempo a Gina Sirigu di Senorbì, considerato il suo gioiello più prezioso. Un tributo affettuoso che va a tutte le donne della famiglia e alle maestre sarde “dalle mani d’oro”, che attraverso lunghi anni di memoria condivisa hanno regalato alle nuove generazioni il bene più grande: il loro tempo, la loro storia e un sapere antico che continua a profumare di grano, tradizione e libertà.

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