Il mistero della firma sulla trachite e dell’altare d’oro: l’enigma millenario del Duomo Nero di Ardara
Vivi Quartu

Il mistero della firma sulla trachite e dell’altare d’oro: l’enigma millenario del Duomo Nero di Ardara

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29 October 2026
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Il mistero della firma sulla trachite e dell’altare d’oro: l’enigma millenario del Duomo Nero di Ardara.

Chi erano davvero il giudice Comita e sua sorella, le figure misteriose che nella seconda metà dell’XI secolo presero in cura un’umile cappella per trasformarla in uno dei monumenti più straordinari, imponenti e affascinanti della Sardegna? L’enigma che avvolge le origini e le vicende della Chiesa di Nostra Signora del Regno, nota a tutti come il Duomo Nero, risiede proprio nelle trame di potere e di fede che segnarono il Medioevo isolano. Questo straordinario edificio romanico nacque infatti per volontà dei sovrani giudicali accanto ai ruderi del loro antico palazzo reale, la prestigiosa sede dei giudici di Torres che proprio nell’altare di questa chiesa prestavano il solenne giuramento di insediamento e dove, alla fine dei loro giorni, trovarono sepoltura. I lavori di ampliamento di quel primitivo luogo di culto furono portati a termine nel 1107 grazie al sapiente intervento di maestranze pisane, come attesta con chiarezza la storica epigrafe di consacrazione ancora oggi visibile e conservata sull’altare.

Il Duomo di Ardara (Archivio Vistanet)

A rendere unico questo capolavoro di essenzialità e forza architettonica è l’impiego della trachite ‘ferrigna’, una pietra basaltica dal colore nero intenso le cui tonalità scure conferiscono alla struttura un’imponenza densa di fascino e mistero. Situata nel cuore del Logudoro, la chiesa sorge all’ingresso del borgo di Ardara, incastonata sulle pendici del Montesanto in provincia di Sassari. Dalla sua posizione dominante sopra un alto poggio, l’edificio domina l’intera pianura sottostante offrendo uno spettacolo visivo di rara bellezza, presentandosi agli occhi di chi attraversa la zona come una macchia nera che si staglia sul verde intenso del monte circostante, quasi fosse un guardiano silenzioso e sospeso tra passato e presente.

L’impatto visivo dell’edificio si gioca interamente sul netto contrasto cromatico tra la severità esterna e lo splendore interno. La facciata della chiesa si presenta suddivisa in cinque specchi da eleganti lesene e si apre con un portale ad arco, affiancata dalla fierezza del campanile. Una volta varcato l’ingresso, lo spazio interno si sviluppa in tre ampie navate scandite da robusti pilastri, dove le navate laterali mostrano coperture voltate a crociera mentre la navata centrale è sormontata da un antico soffitto in legno di grande suggestione. È qui che il buio della pietra nera incontra la luce dorata della pala cinquecentesca collocata sull’altare, un Retablo maggiore realizzato nel 1515 che narra la storia della Salvezza attraverso un ciclo raffinato di raffigurazioni di profeti, patriarchi, santi e della Beata Vergine.

Il Duomo di Ardara, interno della chiesa, il retablo (Archivio Vistanet)

Il patrimonio artistico custodito all’interno comprende anche preziosi affreschi seicenti raffiguranti i dodici apostoli e i quattro padri della Chiesa, insieme a un retablo minore e a un pulpito ligneo che descrive la Passione di Cristo. Un valore del tutto speciale è rivestito dallo stendardo processionale risalente agli inizi del XII secolo, un’opera dipinta da un lato con la figura della Madonna con il Bambino e dall’altro con il volto di Cristo celato sotto il velo della Veronica. Questo antico stendardo viene ancora oggi portato in processione durante la festa patronale del 9 maggio, un evento che richiama folle di devoti ed è accompagnato dal canto dei sos gosos, tra balli e manifestazioni folkloristiche che uniscono storia, fede e tradizione.

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