Contos #2 – Sarroch, la nostra vergogna col petrolio
C’è una raffineria in Sardegna che da sola copre più del 21% della lavorazione petrolifera nazionale, e che secondo un’inchiesta pubblicata da Indip sarebbe diventata il primo terminale al mondo per esportazioni di carburante verso Israele dall’inizio della guerra a Gaza. Io, sardo, mi chiedo: quanto ancora dobbiamo essere il retrobottega energetico d’Europa, silenziosi e complici, mentre altrove si decide cosa fare del nostro territorio?
I fatti, per chi ancora non lo sa
Il report del Palestinian institute for climate strategy e Disrupt Power, presentato a Cagliari, accusa Vitol — proprietaria di Saras dal 2024, dopo l’uscita della famiglia Moratti — di aver usato la raffineria di Sarroch come snodo per spedire 86.530 tonnellate di benzina, gasolio e diesel a Israele in tre carichi nell’estate 2025. Non contenti, avrebbero pure raffinato petrolio brasiliano a Sarroch per rivenderlo come carburante israeliano, scavalcando l’embargo chiesto dai sindacati petroliferi brasiliani, mentre le importazioni di greggio brasiliano nella raffineria sarda schizzavano dal 7% al 47% in un solo mese. Un dettaglio che a me, isolano, fa venire i brividi: in nessuna di queste spedizioni compariva il nome del compratore finale nei database di tracciamento internazionale.
La politica sarda, muta come un nuraghe
Qui la mia pazienza finisce. Mentre la presidente Todde parlava a un convegno organizzato dalla stessa Saras di “Sardegna nodo centrale del Mediterraneo” e di “sicurezza energetica”, nessuno tra i vertici regionali ha speso una parola sulle accuse di traffico illegale verso Israele. Non è distrazione, è viltà politica. Un’isola che ospita basi Nato, poligoni militari e ora pure una raffineria sospettata di alimentare una macchina bellica accusata di genocidio dalla Corte di Giustizia internazionale, e i suoi governanti restano zitti per non disturbare il primo contribuente del Pil isolano — 1,77 miliardi di euro l’anno, mica noccioline.
Il silenzio ha un prezzo, e lo paghiamo noi
La relatrice Onu Francesca Albanese lo dice chiaro: le aziende italiane non possono legalmente esportare carburante verso Israele, perché la due diligence sui diritti umani è un obbligo, non un’opzione. Eppure Saras, contattata dai giornalisti, non ha risposto a una sola domanda sulle rotte, sui tracciamenti disattivati prima di arrivare in Israele, sulle verifiche mancate. Io la chiamo per quello che è: omertà industriale, in un territorio già martoriato da decenni di inquinamento petrolchimico a Sarroch, dove le denunce sanitarie si accumulano da generazioni.
I lavoratori sardi, prigionieri del sistema
E qui arriva la parte che fa più male. Chi lavora dentro l’impianto — tra assunti diretti e subappaltati, indeterminati e precari — è organizzato apposta per non parlarsi tra loro, secondo una fonte anonima raccolta dall’inchiesta. Quando gli attivisti hanno chiesto alla Filctem Cgil di collaborare per un sit-in davanti ai cancelli, la risposta è stata un rifiuto secco. Un sindacato che non difende chi lavora, ma protegge lo status quo di un padrone straniero che fattura 343 miliardi di dollari nel mondo e tratta la Sardegna come una pedina logistica.
Basta essere il cortile del mondo
Non è la prima volta che la nostra terra diventa terminale di traffici che non decidiamo noi: prima le basi militari, ora il petrolio per una guerra che si combatte a migliaia di chilometri da qui. Il M5S locale, con la deputata Stefania Ascari in prima linea contro le esportazioni militari verso Israele, dovrebbe fare i conti con l’imbarazzo di avere alleati regionali silenti su questo dossier. Io non chiedo prudenza diplomatica: chiedo che la Sardegna smetta di essere merce di scambio nelle strategie energetiche altrui, e che chi ci governa scelga da che parte stare, prima che lo scelgano per noi, ancora una volta.
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