Quando il cinema si fa denuncia contro il silenzio delle istituzioni. “Zustìssia” e il dramma di Beniamino Zuncheddu
Vivi Quartu

Quando il cinema si fa denuncia contro il silenzio delle istituzioni. “Zustìssia” e il dramma di Beniamino Zuncheddu

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19 October 2026
10:08
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di Massimiliano Perlato Mura

«Il film finirà, si spegneranno le luci e scorreranno i titoli di coda. Ma a Beniamino Zuncheddu nessuno restituirà mai i trentatré anni di vita che gli sono stati strappati via».

La drammatica odissea di Beniamino Zuncheddu — l’ex allevatore di Burcei condannato all’ergastolo da innocente per la strage di Cuccuru ‘e sa Osa e liberato solo dopo oltre tre decenni di ingiusta reclusione — approda sul grande schermo con il lungometraggio «Zustìssia» (termine che richiama la pronuncia sarda della parola «giustizia»).

La pellicola non si limita a ricostruire il dramma umano di una giovinezza spezzata ad appena ventisette anni, ma intreccia il dolore del singolo con il meticoloso lavoro investigativo e legale che ha permesso, a distanza di decenni, di far emergere le gravi omissioni e le indebite pressioni degli inquirenti dell’epoca. Un’opera che mette in luce la compostezza di Zuncheddu e l’incrollabile tenacia della sua famiglia, sollevando interrogativi non più eludibili sulla prudenza nel giudicare, sulla tutela dei diritti inviolabili e sulla tragica fallibilità del sistema penale italiano.

Nelle sale e sui media cresce l’attenzione attorno all’opera cinematografica, ma la riflessione non può fermarsi all’emozione di una sera. Non usa mezzi termini Irene Testa, garante regionale dei diritti dei detenuti della Sardegna, nel riportare al centro del dibattito civile e politico una delle ferite più profonde della storia giudiziaria della nostra Isola e della Repubblica. Il suo è un monito chiaro: evitare che la commozione del pubblico si traduca nell’ennesima parentesi destinata all’oblio.

«Per oltre trentatré anni quasi nessuno ha voluto concedere il beneficio del dubbio a quell’uomo», incalza con fermezza la garante. «Nessun partito, salvo l’impegno isolato del Partito Radicale, e nessun politico ha alzato la voce. Tranne rare e lodevoli eccezioni della nostra stampa locale e indipendente — come Videolina, L’Unione Sarda e Radio Radicale —, l’informazione ha lasciato Beniamino nell’ombra. Oggi le telecamere tratteggiano la storia dell’innocente tornato a casa come una favola a lieto fine. Ma quale lieto fine? Beniamino è stato restituito alla libertà senza risorse, con un’esistenza devastata e una vita da ricostruire quando la parte più importante era ormai svanita. Lo Stato non può limitarsi a spalancare la porta di una cella e liquidare una tragedia dicendo semplicemente: “Ora sei libero”».

Per impedire che altre vittime di errori giudiziari debbano affrontare anni di isolamento, umiliazioni e indigenza anche dopo il riconoscimento definitivo della propria innocenza, il Partito Radicale ha promosso una legge di iniziativa popolare che porta proprio il nome di Beniamino Zuncheddu.

La proposta di legge — che ha già raccolto oltre 50mila firme in tutta Italia e vede tra le prime firmatarie la stessa Irene Testa, insieme alla giornalista Gaia Tortora — punta a colmare una grave lacuna normativa, garantendo indennizzi tempestivi, dignitosi e certi a chiunque subisca un’ingiusta privazione della libertà personale.

L’impegno attorno alla vicenda di Zuncheddu deve diventare il motore di un cambiamento strutturale. «Anche su questa battaglia di civiltà si avverte ancora troppo silenzio e una colpevole disattenzione», conclude la garante regionale. «La politica ha il dovere indifferibile di assumersi le sue responsabilità: occorre riformare la fase delle indagini, ridefinire la responsabilità dei magistrati e riorganizzare l’intero sistema penitenziario. Ma, soprattutto, il Parlamento deve approvare subito la legge Zuncheddu. La libertà restituita non cancella la vita rubata: il vero lieto fine si compirà soltanto quando la commozione collettiva saprà trasformarsi in giustizia reale».

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