Il riscatto di un popolo davanti al mare: quando Gigi Riva e Zola si “incontrarono” a Cagliari
Vivi Quartu

Il riscatto di un popolo davanti al mare: quando Gigi Riva e Zola si “incontrarono” a Cagliari

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07 August 2026
16:56
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Articolo di Massimiliano Perlato Mura

Una terrazza si affaccia sul mare di Cagliari, mentre il maestrale soffia leggero portando con sé il profumo di salsedine e di elicriso. Sul tavolo, una bottiglia di Cannonau, due bicchieri e un pallone di cuoio vecchio stile, un po’ consumato. Da un lato siede Gigi Riva, lo sguardo severo ma sereno rivolto all’orizzonte, intramontabile nel suo silenzio carismatico. Dall’altro, Gianfranco Zola, con quel sorriso leale e gli occhi che brillano ancora della stessa fantasia che faceva impazzire i difensori della Premier League.

Gigi prende un sorso di vino, guarda il mare: “Per me è stata la vita. Quando sono arrivato da Legnano ero un ragazzo chiuso, ferito. Questa terra mi ha accolto, mi ha dato una famiglia, un popolo. Dire di no alla Juventus non è stato un sacrificio, è stata una scelta di coerenza. Non si abbandonano gli amici nel momento del bisogno. La Sardegna mi ha dato una dignità che nessun miliardo avrebbe mai potuto comprare”.

Gianfranco annuisce con profondo rispetto: “Vedi, per noi che ci siamo nati, Gigi, tu sei stato la dimostrazione che si poteva essere grandi restando qui, o comunque portando la nostra identità nel mondo. Io sono dovuto andare via per crescere, ho girato l’Europa, ma il mio obiettivo è sempre stato quello di tornare. Quando ho vestito la maglia del Cagliari alla fine della mia carriera, ho sentito di aver chiuso un cerchio. Era un debito di gratitudine”.

Il “Tuono” e la “Scatola Magica”, in campo erano l’opposto. Gigi era la potenza pura, la determinazione, il “Rombo di Tuono”. Gianfranco era l’astuzia, la coordinazione, il “Magic Box”. Come si sarebbero trovati a giocare insieme? Gianfranco ride: “Oh, sarebbe stato un sogno! Io avrei dovuto solo fare una cosa: inventare un corridoio, mettergli la palla sul sinistro e poi correre ad abbracciarlo. Con la forza fisica e la fame che aveva Gigi, avrebbe buttato giù la porta e anche i difensori”.

Gigi abbozza un sorriso raro: “Tu sei troppo modesto, Gianfranco. Io correvo dritto, puntavo la porta e tiravo. Ma uno come te mi avrebbe facilitato la vita. Con i tuoi passaggi filtranti e le tue punizioni avremmo fatto divertire parecchio la gente di qui. Tu accarezzavi il pallone: io, a volte, lo trattavo male. Ma entrambi volevamo solo vederlo gonfiare la rete”.

Dopo un momento di silenzio riflessivo è Gigi a riprendere il filo del discorso: “Oggi vedo troppa fretta. Si cambia maglia dopo sei mesi, si baciano stemmi diversi ogni anno. Noi avevamo un senso di appartenenza che oggi sembra quasi un reperto archeologico. Il calcio è un gioco di emozioni, se togli la passione e l’attaccamento alla gente, resta solo un’industria. E l’industria non fa sognare i bambini nei campetti di terra battuta”.

“Hai ragione Gigi – lo incalza Gianfranco –. Oggi c’è una preparazione atletica e tecnologica mostruosa, ma si sta perdendo un po’ di quella sana follia individuale. Io ho imparato a calciare le punizioni guardando Maradona a Napoli, studiando i suoi movimenti come un artigiano fa con il maestro. Oggi i ragazzi sono perfetti dal punto di vista accademico, ma a volte manca quel tocco di improvvisazione che nasce solo dal divertimento puro”.

Riva alza il bicchiere di Cannonau, Zola lo segue. I bicchieri si scontrano con un suono cristallino sotto il cielo sardo. “Avrei voluto tanto avere il tuo carisma – riprende a parlare Gianfranco – e anche la tua assenza di paura. Quando entravi in campo, l’aria cambiava. Incutevi timore agli avversari solo con la presenza”. Gigi osserva Gianfranco con affetto: “Io ti avrei rubato quel sorriso con cui affrontavi il campo. Anche nei momenti difficili, trasmettevi gioia. E poi, beh… forse un briciolo della tua destrezza con il piede destro non mi sarebbe dispiaciuta”.

Gianfranco posa il bicchiere, lo sguardo carico di rispetto: “Gigi, ci sono cose che da sardo, e da uomo che ha masticato calcio per tutta la vita, ho sempre voluto chiederti guardandoti negli occhi. Tu per noi sei il Mito. Quando guardo indietro alla tua carriera, vedo qualcosa che oggi sarebbe letteralmente impossibile da replicare. Penso al 1970, a quel miracolo dello Scudetto. Ma penso soprattutto ai treni che hai deliberatamente deciso di non prendere. La Juventus, l’Inter, le grandi del Nord che offrivano cifre astronomiche per l’epoca. C’è mai stato un momento, anche solo una notte di dubbi, in cui hai vacillato?”

Gigi fissa il rosso del Cannonau nel bicchiere per qualche secondo, poi alza gli occhi verso Zola: “Mai, Gianfranco. Nemmeno per un secondo. E ti dirò di più: non è stata una scelta difficile. Vedi, il calcio per me non è mai stato una questione di accumulare trofei in una bacheca altrui per poi essere dimenticato. Quando l’allora presidente del Cagliari, Arrica, mi disse che la Juventus offriva un miliardo di lire e mezza squadra pur di avermi, io gli risposi semplicemente che da Cagliari non sarei partito. All’inizio, quando arrivai nel 1963, la Sardegna mi sembrava una terra d’esilio. Ero un ragazzo del Nord, chiuso, rimasto orfano troppo presto. Ma i sardi mi hanno adottato senza chiedere nulla in cambio. Mi hanno protetto”.

Riva fa una pausa, guarda il mare.

“La gente qui non mi vedeva solo come un calciatore che faceva gol – riprende con malinconica semplicità –. Mi vedeva come un fratello, come una bandiera di riscatto sociale. C’era un’intera isola che spesso veniva dimenticata o derisa dal resto d’Italia, e noi con quel Cagliari stavamo dimostrando che potevamo essere i più forti di tutti. Vincere lo Scudetto qui è valso più di dieci scudetti a Torino o a Milano. È stato il riscatto di un popolo. Come avrei potuto tradirli per qualche milione in più?”

Gianfranco lo ascolta rapito, annuendo: “È proprio questo che ti rende unico, Gigi. Hai preferito essere l’eroe intramontabile di un popolo piuttosto che un ingranaggio in una macchina da vittorie. Hai dato dignità a tutti noi. E poi, oltre al Cagliari, c’è la Nazionale. Tu sei ancora oggi il miglior marcatore della storia dell’Italia, con 35 gol in sole 42 partite. Una media spaventosa. Ogni volta che un attaccante indossa la maglia azzurra, deve fare i conti con la tua ombra. Che effetto ti fa sapere che quel record resiste intatto da cinquant’anni, nonostante oggi si giochi il doppio delle partite?”

Un mezzo sorriso orgoglioso ma schivo attraversa il volto di Gigi. “I record sono fatti per essere battuti, Gianfranco, e prima o poi arriverà qualcuno che farà meglio. Per me la maglia azzurra era una cosa sacra, quasi militare. Quando scendevo in campo con l’Italia, sentivo addosso la responsabilità di tutto il Paese, specialmente dei tantissimi emigrati italiani che venivano a vederci all’estero con le valigie di cartone e le lacrime agli occhi. Volevano orgoglio, e noi dovevamo darglielo. Su quei campi ho lasciato due fratture gravi alle gambe, ho pagato un prezzo altissimo fisicamente. Ma se tornassi indietro, rifarei ogni singolo scatto, ogni singolo colpo di testa a fil di terra. La mia carriera è stata una grande storia d’amore: prima con il Cagliari, poi con l’azzurro. Il resto, i soldi, le copertine, i contratti, per me è sempre stato solo contorno”.

Gianfranco accenna un sorriso complice: “Sai, Gigi? Quando io ero al Chelsea, a Londra, ogni volta che scendevo in campo pensavo a quello che avevi fatto tu. Pensavo che ovunque andiamo, noi calciatori sardi ci portiamo dietro l’orgoglio di non dover dimostrare di essere inferiori a nessuno. Sentirti parlare della tua carriera mi fa capire che il calcio, alla fine, è davvero dei romantici”.

Gigi gli tocca una spalla con la mano pesante e nodosa: “Il calcio è di chi lo rispetta, Gianfranco. E tu lo hai rispettato tanto quanto me. Versati un altro goccio, va!”

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