Dalla polvere di Gaza al Conservatorio di Cagliari, la storia di Samih, 19 anni: «Il mio oud suona per chi è rimasto là»
Vivi Quartu

Dalla polvere di Gaza al Conservatorio di Cagliari, la storia di Samih, 19 anni: «Il mio oud suona per chi è rimasto là»

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22 August 2026
19:16
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Ci sono sguardi che portano dentro l’orizzonte spezzato di una terra ferita e le mani di chi custodisce, tra le dita, la memoria di un popolo intero. Samih Madhoun ha compiuto da poco 19 anni, ma nei suoi occhi c’è la maturità precoce di chi ha dovuto lasciare la propria casa a Gaza per inseguire un sogno e, insieme, salvare un’identità. Oggi vive a Cagliari e frequenta il Conservatorio: ogni volta che le sue dita sfiorano le corde dell’oud, il tipico liuto arabo portato con sé dall’altra parte del Mediterraneo, la musica smette di essere un semplice esercizio accademico per trasformarsi in una preghiera, in un rifugio e in un grido di speranza che attraversa il mare. Lo abbiamo intervistato.

Samih, come è stato l’impatto con Cagliari e l’inizio dei tuoi studi qui? C’è qualcosa di questa città, del suo ritmo o del suo mare, che ti ha fatto sentire accolto o che ti ricorda casa?

«L’impatto con Cagliari è stato molto bello, anche se all’inizio non è stato facile, perché sono lontano dalla mia famiglia e sto imparando una nuova lingua. Ho trovato però tante persone gentili. Mi piace molto il mare, perché mi ricorda Gaza e mi fa sentire un po’ più vicino a casa.»

A 19 anni vivere lontano dalla propria terra è già una sfida, ma farlo arrivando da Gaza porta con sé un peso inevitabile. Come riesci a bilanciare la vita quotidiana da studente universitario con il pensiero costante per ciò che accade a casa?

«Non è sempre facile. Vivo la mia vita qui come studente, ma penso sempre alla mia famiglia a Gaza. Cerco di concentrarmi sul Conservatorio e sulla musica e di costruire il mio futuro, senza dimenticare quello che sta succedendo a casa.»

Suoni un strumento tradizionale della tua terra: che ruolo ha la musica nella tua vita oggi?

«La musica per me è identità, memoria e rifugio. L’oud porta con sé una parte della mia cultura e, attraverso la musica, posso raccontare qualcosa della Palestina e di Gaza alle persone che incontro qui.»

Quando prendi in mano il tuo strumento qui a Cagliari, qual è il primo ricordo di Gaza che ti torna in mente attraverso le note?

«Quando suono, penso alla mia famiglia, a mio fratello e ai momenti in cui suonavo a Gaza. Sento di portare con me una piccola parte di casa. Il mio oud è venuto con me in Italia, ma insieme a lui ho portato anche tanti ricordi.»

Mantenere i contatti con la famiglia è spesso difficile. Come vivi questa quotidianità e quali sono le loro speranze per il tuo percorso qui in Sardegna?

«Mantenere i contatti con la mia famiglia non è sempre facile e sono continuamente preoccupato per loro. Loro sperano che io possa continuare a studiare e a fare musica, costruendo un futuro migliore.»

Quali sono i racconti da Gaza che ritieni fondamentale far conoscere?

«Da Gaza mi arrivano storie di paura, mancanza di beni essenziali e incertezza per il futuro. È importante ricordare che dietro ogni notizia ci sono famiglie, persone e vite intere.»

Pensi che i giovani della tua età qui in Italia abbiano una reale consapevolezza di ciò che vive la tua generazione a Gaza?

«Penso che ci siano giovani in Italia che si interessano e cercano di capire, ma esiste ancora una certa distanza. È difficile comprendere qualcosa che non hai vissuto personalmente, per questo mi piace raccontare la mia storia e la mia cultura attraverso la musica.»

Come immagini il tuo futuro e quale contributo sogni di dare un giorno alla tua terra?

«Voglio continuare a studiare musica e a crescere come musicista. Sogno di usare la mia musica per far conoscere la Palestina e la sua cultura, e un giorno poter essere utile alla mia comunità.»

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