Contos #5 – In Sardegna non cresce la politica: cresce solo il vuoto
Cronaca

Contos #5 – In Sardegna non cresce la politica: cresce solo il vuoto

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Admin Quartu.NET
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06 July 2026
15:54
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C’è un dato che dovrebbe inquietare più del sondaggio in sé: in Sardegna può crescere il gradimento di chi governa anche mentre tutto intorno resta fermo, impantanato, incompiuto. Non perché i cittadini siano ciechi. Ma perché, sempre più spesso, sono costretti a scegliere dentro un paesaggio politico mediocre, dove il problema non è soltanto chi sta al potere, ma anche chi dovrebbe contrastarlo e invece si limita a occupare una sedia, alzare la mano, aspettare il proprio turno al tavolo.

Alessandra Todde cresce nei consensi. Bene per lei. Ma se una presidente ancora nelle retrovie del gradimento nazionale riesce comunque a salire, la domanda vera non è che cosa stia facendo di straordinario la presidente. La domanda vera è: quanto deve essere inconsistente l’opposizione sarda perché perfino un governo tra polemiche, sanità in affanno, nomine discusse e attriti permanenti riesca a trarne vantaggio?

Questo è il punto che la politica isolana continua a non capire, o finge di non capire. I sondaggi non assolvono nessuno. A volte certificano soltanto un fallimento collettivo. E in Sardegna il fallimento è proprio questo: una classe dirigente che si presenta come alternativa, ma troppo spesso si comporta come una comparsa. Fa rumore sui social, molto meno nelle sedi dove dovrebbe inchiodare il governo alle sue responsabilità. Denuncia a giorni alterni, contratta sempre, conclude poco.

La sanità, per esempio, non è un tema da conferenza stampa indignata e poi via. È il nervo scoperto di una Sardegna che invecchia, si svuota e si sente abbandonata. Eppure, su questo terreno decisivo, il dibattito politico regionale sembra spesso una recita cattiva: accuse rituali, parole gonfie, nessuna rottura vera col sistema che ha portato l’isola a questo punto. Si cambia il lessico, non la sostanza. Si alternano le facce, non i metodi.

Ed è qui che cade ogni alibi, a destra come a sinistra. Perché il problema della Sardegna non è soltanto una giunta, un presidente, un assessore, un sindaco. Il problema è una politica che da troppi anni confonde il governo con la gestione del consenso, l’autonomia con la lamentazione, l’identità con il folklore elettorale. Tutti parlano della Sardegna. Pochi la difendono davvero. Tutti evocano il popolo sardo. Quasi nessuno lo serve.

Intendiamoci: non è un discorso antipolitico. È esattamente il contrario. È un discorso severo sulla politica, perché la politica, quando è seria, dovrebbe alzare il livello di una comunità, non adattarsi al suo declino. Invece qui da noi sembra accadere il contrario: la Sardegna sopravvive non grazie alla sua classe dirigente, ma nonostante essa. Resistono i paesi, resistono le famiglie, resistono i lavoratori, resistono i giovani che restano e quelli che partono col dolore addosso. La politica, spesso, arriva dopo. E male.

Si dirà: ma i sindaci più apprezzati, i presidenti che recuperano terreno, i numeri che sorridono. Certo. Ma il consenso, da solo, non è una prova di buona amministrazione. Può essere anche il prodotto di una comunicazione efficace, di una memoria corta, di un’avversità ancora peggiore. Può perfino essere il segnale più amaro: che i sardi si sono abituati a pretendere troppo poco.

Ed è questa l’abitudine che andrebbe spezzata. Perché una terra come la nostra non ha bisogno di capi tifati o odiati per partito preso. Ha bisogno di una classe dirigente degna della sua storia e della sua fatica. Ha bisogno di amministratori che considerino lo spopolamento una ferita nazionale sarda, non una statistica. Che vedano nei trasporti, nella scuola, nella sanità, nel lavoro e nella dipendenza da Roma non dossier da campagna elettorale, ma questioni di dignità collettiva.

Da sardo, il fastidio più grande non è nemmeno assistere all’ennesima prova di mediocrità. È vedere quanto questa mediocrità sia diventata normale. Quanto facilmente venga assorbita, giustificata, relativizzata. Come se la Sardegna dovesse sempre accontentarsi del meno peggio. Come se chiedere serietà, coraggio e visione fosse un lusso. Non lo è. È il minimo.

Perciò il tema non è essere pro o contro Todde, pro o contro questo o quel blocco politico. Il tema è più radicale, e più scomodo: la Sardegna merita di più di questa politica, quasi tutta. Merita più della guerra tra personalismi, più del sottobosco di nomine, più delle opposizioni decorative, più delle maggioranze che si difendono contando sulla debolezza altrui.

Chi ama davvero questa terra dovrebbe dirlo con brutalità, non con prudenza. Il patriottismo sardo non consiste nell’applaudire chiunque sventoli la bandiera dell’isola. Consiste nel rifiutare che la Sardegna venga usata come scenografia sentimentale da una classe politica che troppo spesso non sa governarla, non sa rappresentarla e, peggio ancora, non sa nemmeno vergognarsi dei propri fallimenti.

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