Andrea Arru, da Ploaghe a Netflix e al cinema: «Quando torno in Sardegna sono solo Andrea»
Di Massimiliano Perlato Mura
Andrea Arru è uno dei giovani attori italiani più promettenti della sua generazione. Nato a Ozieri il 18 agosto 2007 e cresciuto a Ploaghe, in pochi anni ha costruito una carriera che dalla moda lo ha portato al cinema, alle produzioni televisive e alle piattaforme streaming.
I primi passi nel mondo dello spettacolo arrivano quando è ancora bambino. Notato per la sua espressività, viene ingaggiato come modello e testimonial per importanti marchi di abbigliamento, partecipando anche a eventi come Pitti Immagine Bimbo per Il Gufo e diventando volto di campagne per Armani Junior e Original Marines.
Il debutto davanti alla macchina da presa avviene con alcuni cortometraggi e produzioni indipendenti legate alla Sardegna, tra cui “Vien di notte” e “Buon lavoro”. La svolta cinematografica arriva nel 2020 con “Glassboy”, nel quale interpreta il protagonista Pino, un bambino affetto da emofilia che vive isolato e desidera conquistare la propria libertà. Un ruolo che mette subito in evidenza le sue qualità drammatiche.
Nello stesso anno partecipa anche a “Calibro 9”, film diretto da Toni D’Angelo, confrontandosi con un genere completamente diverso.
La popolarità cresce poi grazie alle produzioni televisive e alle serie rivolte soprattutto al pubblico più giovane. In “Storia di una famiglia perbene” interpreta il giovane Michele Straziota, facendosi conoscere dal pubblico della prima serata Mediaset.
Con “Di4ri”, serie Netflix, arriva una notorietà ancora maggiore. Nel ruolo di Pietro Maggi diventa uno dei volti più riconoscibili della produzione e conquista anche il pubblico internazionale.
Andrea prende inoltre parte alla serie italo-canadese “That Dirty Black Bag” e, nel 2025, prosegue l’esperienza legata all’universo di “Di4ri” con “Riv4li”.
Nel 2026 entra nel cast de “I Cesaroni – Il ritorno”, settimo capitolo della storica fiction di Canale 5, interpretando Olmo sotto la regia di Claudio Amendola.
Negli ultimi anni la sua carriera si è arricchita di ruoli sempre più complessi. In “Diabolik – Chi sei?” i Manetti Bros. lo scelgono per interpretare Diabolik da adolescente. Con “Il ragazzo dai pantaloni rosa”, diretto da Margherita Ferri e ispirato alla storia di Andrea Spezzacatena, affronta invece il delicato ruolo di Christian Todi, in una pellicola che affronta i temi del bullismo e del cyberbullismo.
Ha poi interpretato Neri ne “Il migliore dei mali”, lungometraggio diretto da Violetta Rocks.
Una carriera che, passo dopo passo, lo sta portando a confrontarsi con personaggi e generi molto diversi. Per le sue interpretazioni ha ricevuto anche riconoscimenti dedicati ai giovani talenti, tra cui il Premio Giovane Attore al Marateale – Festival del Cinema di Maratea nel 2022 e un riconoscimento speciale al REC Film Festival di Rimini nel 2023.
Andrea Arru ha trascorso ormai più di metà della sua vita davanti a un obiettivo: prima come modello, poi come attore. Eppure conserva la spontaneità dei suoi diciannove anni.
Sei partito giovanissimo con la moda e oggi sei uno degli attori emergenti più conosciuti della tua generazione. Come si gestisce questo passaggio senza perdere la bussola?
«In realtà per me è stato un percorso molto naturale. Ho iniziato che ero un bambino, lo prendevo come un gioco, un modo per viaggiare e saltare qualche giorno di scuola (ride). Poi, quando è arrivato il cinema con “Glassboy”, ho capito che recitare era quello che volevo fare davvero. Per non perdere la bussola c’è una ricetta sola: la famiglia. Quando torno in Sardegna dai miei genitori, dai miei amici di sempre e da mio fratello, sono solo Andrea. Lì il set non esiste, si parla di calcio, si esce e si sta insieme. La mia terra mi tiene ancorato alla realtà.»
Il grande pubblico ti associa inevitabilmente a Pietro Maggi di “Di4ri”. Quanto c’è di Andrea in quel personaggio e cosa ti ha lasciato quell’esperienza?
«Pietro mi ha dato tantissimo. È stato il progetto che mi ha fatto conoscere anche all’estero. In comune abbiamo sicuramente la determinazione e quel pizzico di testardaggine, anche se lui a volte era un po’ troppo impulsivo. Interpretarlo per più stagioni è stato come crescere insieme a lui. Sul set si era creata una sintonia pazzesca con tutto il cast; eravamo un vero gruppo di amici anche fuori dal set e credo che questo si sia percepito chiaramente sullo schermo.»
Negli ultimi anni hai affrontato ruoli molto diversi: sei stato un giovane Diabolik per i Manetti Bros. e hai interpretato un personaggio complesso e delicato come Christian ne “Il ragazzo dai pantaloni rosa”. Come ti prepari a sfide così differenti?
«Indossare la tuta di Diabolik è stato un sogno d’infanzia che si realizzava, un’esperienza quasi fumettistica, visiva. Con “Il ragazzo dai pantaloni rosa”, invece, l’approccio è stato totalmente diverso, molto psicologico. Interpretare l’antagonista in una storia vera e drammatica come quella di Andrea Spezzacatena ti impone una grande responsabilità. Non dovevo “giustificare” il bullo, ma capire da dove nascesse quella violenza per restituire la verità della storia. È stato un ruolo difficile, che mi ha fatto crescere molto come attore e come persona.»
Di recente sei entrato nel cast del ritorno di una serie storica della televisione italiana, “I Cesaroni”, nel ruolo di Olmo. Com’è stato l’impatto con una macchina così collaudata e con un regista come Claudio Amendola?
«All’inizio c’era un po’ di timore reverenziale: parliamo di una serie che ha fatto la storia della televisione italiana. Ma l’accoglienza è stata fantastica. Claudio Amendola è un maestro sul set, sa esattamente cosa vuole e sa come metterti a tuo agio. Il mio personaggio, Olmo, porta una ventata di freschezza e le dinamiche tipiche dei ragazzi di oggi in un contesto storico. Mi sono divertito molto a girare quelle scene.»
Sei giovanissimo, ma hai già un curriculum importante tra cinema, streaming e televisione generalista. C’è un genere o un regista con cui sogni di lavorare in futuro?
«Mi piacerebbe moltissimo mettermi alla prova con un thriller psicologico puro o con un film d’azione che richieda anche una forte preparazione fisica, dato che amo molto lo sport. Se devo fare il nome di un regista, beh, lavorare con Gabriele Salvatores o con Matteo Garrone sarebbe un sogno assoluto. Hanno un modo di raccontare i giovani e le storie che trovo straordinario.»
Un’ultima domanda: cosa consiglieresti a un ragazzo della tua età che ti vede in TV e sogna di fare l’attore?
«Di studiare e di non avere fretta. Spesso si vede solo la parte “glamour” di questo lavoro – i red carpet, i follower – ma dietro ci sono ore di studio, provini andati male, porte in faccia e tanti sacrifici. Bisogna avere tanta passione e, soprattutto, una grande resilienza. E poi divertirsi sempre: se viene meno il divertimento, diventa solo un lavoro come un altro.»
Andrea Arru
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